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Ringraziamenti a Belial

Devo dedicare un articolo per il disegno fatto da Belial dedicato al racconto che ho scritto in merito alla partecipazione dello Speciale Contest Estivo. Il racconto di cui sto parlando è La spiaggia. Ti ringrazio per il bel disegno che è anche molto fedele al racconto!

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La spiaggia

Racconto scritto per il Specale Contest Estivo. La storia sarebbe uno “spin-off” dei racconti Un incontro inatteso eI Custodi – Parte 1

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I due arrivarono fino ad una spiaggia. Erano un giovane dalla capigliatura bionda che si intravedeva da sotto il cappuccio ed un uomo un po’ più grande di lui dai capelli scuri. Il primo indossava una sorta di mantello che terminava con un cappuccio che gli copriva la testa ed, al di sotto di esso, portava una camicia bianca ed un paio di pantaloni neri coperti all’altezza delle caviglie da un paio di stivali neri. Il secondo indossava una maglia beige senza maniche e dall’aria di essere stata usata a dovere, un paio di pantaloni grigi, e delle scarpe che si richiudevano su se stesse con delle piccole corde. Il ragazzo non aveva mai visto un posto simile nella sua città natale, ma ne aveva  letto dell’esistenza soltanto nei libri. Scese dal suo possente cavallo bruno. «Roxas avevi mai visto un simile posto?» chiese al suo servo ancora sul cavallo. «Forza, scendi!» continuò a dirgli.«Padrone non credo che dovremmo fermarci qui. Tra la gente si racconta che questi sono luoghi pericolosi.» disse il servo che rimase sul suo destriero. «Roxas ti ho detto di scendere!» gli gridò arrabbiato il giovane. «S-s-subito padrone!» gli rispose scendendo velocemente da cavallo. Il ragazzo si mise ad osservare le onde del mare che si muovevano dolcemente provocando un dolce rumore in mezzo al silenzio, ma fu presto interrotto «P-padrone…». «Devi sempre rovinarmi i momenti migliori Roxas!» gli rispose il giovane infastidito «Fa silenzio, per favore.». Questi stette un altro po’ senza fiatare fino a quando non disse al suo servo «Ho letto di alcune popolazioni che vivono nei pressi di questi paesaggi. Lessi che amano farsi il bagno in queste acque. In antichità, anche noi lo facevamo.». Iniziò a spogliarsi levandosi il suo mantello blu con cappuccio e la sua camicia. Si sfilò velocemente gli stivali e, dopo, si tolse anche i pantaloni rimanendo soltanto con le sue mutande bianche. In men che non si dica, fu subito in acqua. «P-p-padrone attento che non sapete nuotare.» disse Roxas allarmandosi. «Ti ho detto di far silenzio Roxas. Vuoi essere punito?» gli rimproverò il giovane che stava sguazzando nell’acqua. Passò qualche secondo quando Roxas mostrò un volto molto preoccupato con le labbra serrate. Sembrava che volesse dire qualcosa e provò a dirla subito dopo «Padrone! State a…», ma fu interrotto dal giovane che lo redarguì nuovamente «Possibile che con te non si possa fare niente in pace? Vuoi essere punito? Ok, l’hai voluto tu.». Cercò di ritornare a riva, ma si fermò perché notò la presenza di un’ombra gigantesca che ricoprì il tratto di mare in cuistava facendo il bagno. Pensò che qualcosa non andasse quando il sole sparì anche sul volto di Roxas. Si voltò all’indietro e vide un’onda di proporzioni gigantesche arrivare a gran velocità verso di lui. Era troppo tardi ormai. Fu travolto in pieno. Un flusso d’acqua lo avvolse non permettendogli alcun movimento. Pensò che la sua vita fosse finita lì, ma si sbagliava di grosso perché gli capitò qualcosa di peggio. Si ritrovò appeso all’altezza di centinaia di metri di altezza. Si guardò intorno vedendo un piccolissimo Roxas che lo guardava e gridava «Padrone, vengo a salvarvi!!!». Osservando cosa lo tratteneva dal cadere, il giovane si accorse che qualcosa gli si era avvinghiata sul petto. Era forse un serpente? No, ma un tentacolo di un mostro terribile ed enorme.  Seguì l’arto fino a capire dove si trovasse la bestia. Era al di sotto di lui. Poteva finalmente vederlo nella sua interezza come un mostro marino di colore viola con tanti tentacoli e con una conchiglia enorme bianca sulla testa. Emanò un grido «Aiutami Roxas! Fa qualcosa!!!». Il servo si avvicinò alla bestia, ma, ben presto, uno dei tentacoli prese anche lui. «Roxas sei un idiota!» lo sgridò il ragazzo. Entrambi, disperati, cercarono di liberarsi usando la propria forza fisica, ma con risultati nulli. Quando la presa dei tentacoli diventò molto più forte da risultare insopportabile, accadde qualcosa di inaspettato. La terrà tremò per qualche secondo ed una bestia ancor più grande del mostro marino uscì a gran velocità dalla sabbia della spiaggia con un movimento parabolico in modo da mangiare al volo l’altra bestia e rientrare nel terreno al di sotto dell’acqua. Le parti terminanti dei tentacoli, dove vi erano anche i nostri protagonisti, furono recise e caddero nell’acqua. I due si misero a nuotare velocemente verso riva finché non arrivarono ad i cavalli. Il giovane, che aveva solo le mutande, gettò i suoi vestiti sulla sella e montò a cavallo. Roxas, intanto, era già partito. <Aspettami, brutto ingrato!> esclamò furioso mentre iniziò anche lui la cavalcata. In poco tempo, i due diventarono dei puntini piccoli all’orizzonte.

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Scintille Finlandesi

Salve! 🙂 Vi presento il seguente racconto scritto per il X contest non competitivo Raynor’s Hall. Il tema estratto è “Finlandia” e non è stato facile per me che non sapevo quasi niente di questa terra, ma devo ammettere che è stato istruttivo perché, documentandomi, ho scoperto alcune cose nuove. Buona lettura e spero che vi piaccia.

Nelle lande Finlandesi, più precisamente in Lapponia, la notte era fredda e caratterizzata da un cielo ricoperto di stelle sotto al quale camminava un uomo a passo lento. Questi si mostrava alto e dalla barba castana con indosso una pesante pelliccia d’orso bruno e degli stivali di pelliccia che sprofondavano nella neve. Dalla bocca gli fuoriusciva l’aria condensata causata dal freddo mentre stringeva le braccia sul petto tremolante. Non vi era nessun riparo intorno a lui, ma solo distese di neve lunghe chilometri e chilometri. Era possibile soltanto intravedere una montagna alle sue spalle e ed una foresta nella direzione in cui si stava dirigendo. Ad un certo punto, arrivò in un punto dove vi erano gli scheletri di due uomini, probabilmente morti a causa del freddo. Portavano ancora dei vestiti addosso, ma erano logori e troppo leggeri per il posto dove si trovava. Cercò tra i loro averi, ma riuscì a trovare soltanto un grosso bastone di legno su cui appoggiarsi. Lo prese e lo utilizzò per continuare il cammino abbandonando i due appena incontrati.

Passarono alcune ore. Era sfinito ed il freddo gli aveva succhiato gran parte delle energie, ma era arrivato vicino alla foresta. Fece un altro piccolo sforzo riuscendo ad entrarvi. Dopo qualche altro passo, si gettò in terra ed appoggiò la schiena contro il tronco di un albero cercando di recuperare qualche residuo di energia e, fu in quel momento che li vide. Due scoiattoli bruciacchiati che gli erano stati serviti su un vassoio di neve. Ne afferrò uno, ma dovette lasciare la presa perché scottava. «Ahi!» gridò agitando l’arto. Aspettò qualche minuto. Poi, provò ad afferrare lo scoiattolo di nuovo. Era caldo, ma non bruciava. Gli diede un morso e gli sembrò che fosse la cosa più gustosa che avesse mai mangiato. Li finì entrambi, ma non si alzò subito dal suo posto perché rimase impietrito dallo spettacolo che vide in cielo. Delle bande di un colore verde si estendevano sul soffitto stellato. «Che diavolo succede al cielo!» disse pensando ad alta voce. Aspettò qualche altro minuto dopo che i colori in alto svanirono e, poi, si rialzò. Aveva ripreso un po’ le forze e, per questo, riuscì a notare qualcosa a cui non aveva fatto caso precedentemente. Vi era una striscia sottile sulla neve, probabilmente, formatasi da qualcosa che  era stato trascinato sul manto nevoso. Decise di seguirla continuando a camminare appoggiandosi al bastone.

I primi raggi di sole superarono i rami della foresta ed arrivarono fino al viso dell’uomo barbuto che aveva passato il resto della nottata ai piedi di un albero. La luce lo svegliò. Si rimise in piedi in poco tempo e riprese il cammino. Ormai, si trovava al limitare della foresta e ne fu quasi uscito, ma un orso bruno gli si parò sul cammino. Subito, si nascose dietro un tronco d’albero continuando ad osservare la bestia di soppiatto nella speranza di non essere scoperto. L’orso ringhiò nella sua direzione e, un attimo dopo, si mise a correre verso il tronco dietro al quale era nascosto l’uomo. Impaurito, il viandante si voltò all’indietro e tentò di scappare dirigendosi verso l’interno della foresta, ma l’orso si avvicinava ogni secondo sempre di più. Improvvisamente, sentì un verso di animale simile ad un ringhio. Continuò a correre senza voltarsi finché non sopraggiunse un dolore forte alla milza che lo costrinse alla resa. Si catapultò in terra con gli occhi chiusi pronto ad essere divorato. Passarono cinque secondi, poi quindici, poi trenta. Perché l’orso non lo aveva raggiunto ancora? L’uomo si chiese qualcosa di simile in quel momento. Aprì entrambi gli occhi e si voltò all’indietro per controllare che fine avesse fatto la bestia. Con suo grande stupore, vide che non vi era anima viva all’orizzonte. «Dove diavolo è finito?» pensò ad alta voce. Continuò a guardare in varie direzioni, ma niente. «Meno male. L’ho scampata anche questa volta.» disse passandosi una mano sulla fronte. Purtroppo, si accorse ben presto di aver perso la direzione in cui viaggiava e, di conseguenza, non sapeva quale fosse il cammino migliore da intraprendere per raggiungere nuovamente il limitare della foresta. Si sedette per mettersi a meditare sulla situazione.

La sera era arrivata insieme alla neve che cadeva dal cielo. Il viandante stava camminando senza sapere se aveva intrapreso la direzione giusta oppure no. Non gli erano rimaste molte forze ed era parecchio che non mangiava e non beveva. Ad un tratto, si sentì morire e perse conoscenza. Si risvegliò dopo qualche minuto avvertendo uno strano calore che gli conferì forza. Aprì gli occhi e vide una volpe che, appoggiando la coda sulla neve, emanava delle scintille che si trasformavano in un fuoco dal colore verde che saliva in cielo. «Ecco perché in cielo c’erano quelle nubi verdi!» disse. Notò anche la striscia che si formava sulla neve causata dal contatto con la coda della volpe e capì che era la stessa che seguiva il giorno prima. Decise di seguire la bestiolina senza farsi notare, ma, non appena si  mise alle sue spalle, la volpe si voltò guardandolo. Poi, si rigirò e continuò a camminare facendo scintillare la sua coda sul manto innevato. L’uomo la seguì da un certa distanza preoccupato delle possibili scottature che poteva arrecarsi toccando il fuoco verdastro provocato dall’animale.

Passò una mezz’oretta quando si imbatterono nell’orso bruno incontrato il giorno prima. Questi li osservò per qualche secondo, emise un bramito, poi, scappò nella direzione opposta all’uomo ed alla volpe. L’uomo ebbe come la sensazione che l’orso si sentisse minacciato da quell’animale dalla coda rovente. Continuarono il cammino e, dopo un’altra mezz’ora, uscirono dalla foresta. Da un lato, poteva intravedersi un piccolo centro abitativo. Finalmente l’uomo era salvo. Lì, avrebbe potuto rifocillarsi e dormire in un letto comodo. La volpe alzò la coda dalla neve facendo terminare le scintille. Si voltò verso il viandante emettendo un verso simile ad un miagolio e si diresse verso la foresta. All’uomo, sembrò proprio che l’animale l’avesse accompagnato lì per salvargli la vita. «Grazie!» disse rivolto alla bestiolina che, con suo grande stupore, era già sparita alla sua vista.

Ho scritto riguardo alla volpe perché ho trovato interessante la leggenda che gira intorno ad essa riguardo il fenomeno delle aurore boreali che avviene nelle terre Finlandesi. Spero vi sia piaciuta! 😉

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Il duello

Articolo creato per il IX contest non competitivo Raynor’s Hall.

Il tema estratto è “Silenzio”

Il silenzio regnava tutt’intorno. Ogni persona presente non emetteva un sibilo perché tutti erano concentrati sui due tizi davanti a loro. Uno dei due indossava un cappello a tesa larga marrone a coprirgli il capo dal sole cocente. La mano destra era vicino alla fondina della pistola. L’altro, dal volto sporco di fuliggine, aveva assunto la stessa identica posa, ma usava la mano sinistra. I loro volti erano ricolmi di disprezzo e rabbia. Si guardarono attentamente l’un l’altro usando quel silenzio per concentrarsi al massimo fino a quando un uomo con dei grossi baffi si intromise rompendo la quiete «Quando il barattolo tocca terra, potete sparare.» . Sul barattolo, che aveva tra le mani, vi era scritta la parola “Beans” al di sopra di un’immagine dal bordo rotondo che rappresentava dei fagioli. I due, adesso, erano concentrati sul barattolo mentre il silenzio era tornato. Un movimento fulmineo verso l’alto fu eseguito dal braccio dell’uomo coi baffi. Mentre gli occhi di tutti i presenti erano concentrati sull’oggetto che era a qualche metro sopra le loro teste, i duellanti, adesso, si osservarono l’un l’altro. Sembrò che fossero passati alcuni minuti, ma, in realtà, furono soltanto pochi secondi quando si sentì il suono metallico provocato dall’oggetto di latta che toccò terra. Il mancino estrasse, prontamente, la pistola in direzione del suo avversario. Bang! Il silenzio si nascose solo per un attimo. I due erano immobili uno di fronte all’altro  e la folla, che si era formata dal lato del saloon, osservava muta i due uomini nel tentativo di capire chi fosse riuscito a sparare. Passarono pochi secondi quando si sentì il rumore di qualcosa che cadde a terra. Le persone, che erano dietro alla folla, cercarono di scoprire l’esito dello scontro mettendosi sulle punte e sbirciando da dietro le spalle di quelli che erano davanti a loro. Riuscirono a notare la pistola ai piedi del mancino che, subito, si poggiò su entrambe le ginocchia. Guardò il cielo azzurro illuminato dal sole «Che pace! Che silenzio!» disse poco prima di cadere completamente in terra con il viso rivolto al terreno. La folla incominciò, immediatamente, a diradarsi ed ognuno ritornò alle proprie faccende. Intanto, l’uomo col cappello si avvicinò al cadavere. Lo tocco un po’ con la punta dello stivale per accertarsi della sua morte. Posò la sua arma nella fondina e si abbassò. Rubò la pistola al suo avversario e si mise ad osservarla attentamente, ma fu ben presto interrotto da un uomo con una barba grigia ed un vestito di nero «Signore, se deve prendergli qualcosa, lo faccia adesso. E’ arrivata l’ora di prepararlo.». L’uomo accovacciato lo guardò con sguardo torvo mentre aveva la pistola carica dell’avversario in mano. Il becchino provò timore nei riguardi di quell’uomo e non si azzardò ad aggiungere altro. Il pistolero si alzò e, con la pistola rubata fuori dalla fondina, girò le spalle al becchino iniziando a camminare. Il corpo fu trascinato per qualche metro fino ad un abitazione in legno al cui esterno vi erano varie bare aperte di differenti misure. La porta fu chiusa ed un grosso silenzio pervase la stanza. «Aiuto!» iniziò ad esclamare una voce proveniente dal cadavere in terra che fece sobbalzare di spavento il becchino «Aaah! Un fantasma! Lo sapevo che prima o poi qualcuno sarebbe tornato dal mondo dei morti.». «Ma quale mondo dei morti! Aiutatemi! Ho perso parecchio sangue.» disse l’uomo a terra. «Fate presto! Chiamate un dottore!» urlò. Il becchino si precipitò fuori dall’abitazione. L’uomo morente tenne lo sguardo fisso sul soffitto facendosi cullare da quel silenzio interminabile che caratterizzò l’attesa. Le travi di legno diventarono degli oggetti dalla forma poco chiara. Poi, sparirono del tutto.

Riprese conoscenza ed aprì gli occhi. Si ritrovò in un letto all’interno di una stanza che presentava un lampadario sul soffitto e qualche mobile qua e là lungo le pareti. Mentre tentava di mettersi seduto, avvertì una sensazione di dolore alla spalla sinistra. La toccò e notò che vi era stata applicata una fasciatura. Si sedette e rimase, per un po’, a rimuginare sfruttando la quiete del momento finché l’unica porta che conduceva alla stanza si aprì. Una donna molto giovane e dagli abiti succinti lo osservò. Poi, richiuse subito la porta uscendo. Dopo qualche minuto, la porta fu spalancata nuovamente e, questa volta, entrò una donna sulla cinquantina e dagli abiti molto scollati. Lo osservò per qualche secondo, poi, disse «Finalmente siete sveglio signore. Riuscite a camminare?». L’uomo rimase in silenzio e si mise in piedi. «Bene! E’ ora di sgomberare!» la voce della donna si alzò «Dovevo un favore a quel becchino, ma ora dovete lasciare la stanza.». Chiuse la porta. L’uomo notò che su un mobile vicino alla porta vi erano i suoi abiti. Li prese e li indossò lentamente in modo da non farsi male alla spalla. Indossò il cinturone e notò che non vi era più la sua pistola. Ci volle qualche secondo in più per fargli ricordare che l’arma gli era stata sottratta. Uscì dalla stanza e percorse un corridoio che dava su una scala. Poi, si affacciò da una ringhiera da cui si poteva vedere in basso una sala più grande dove vi erano un barista dietro ad un bancone e delle persone sedute a dei tavoli. Infine, senza proferir parola, uscì silenziosamente da quel luogo peccaminoso e si fermò davanti all’entrata. Prese una sigaretta piegata da una tasca dei pantaloni e se l’accese mentre osservava le persone che andavano e venivano in strada. Un rumore sordo. La sigaretta diventò molto più corta. Volse lo sguardo alla sua destra e notò che, a sparare, era stato l’uomo col cappello. In qualche modo, questi aveva scoperto che il duello non era terminato ancora. Il tizio disarmato scappò seguito dai colpi di arma da fuoco che, fortunatamente, non lo colpirono. L’uomo col cappello seguì l’altro fino al cimitero della cittadina. Non vi era alcun tipo di rumore in quel luogo deserto i cui unici ospiti erano i morti. Cercò di sfruttare il silenzio del cimitero per percepire ogni minimo passo della preda. Finalmente, sentì qualcosa provenire alle sue spalle, ma si girò troppo lentamente. L’uomo dal volto impolverato gli afferrò entrambe le braccia spostandole verso l’alto. Alcuni colpi furono sparati in cielo. Poi, le lasciò e si allontanò con un balzo. Bang! Bang! Bang! Sparò tre colpi dopo essere riuscito a riprendere la sua pistola dalla fondina dell’avversario. L’uomo col cappello aveva tre buchi nella camicia all’altezza dello stomaco. Si accasciò a terra e, dopo il tonfo, un silenzio incessante fece da padrone al cimitero.

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Un lupo per amico

Tema: Lupo

Storia creata in risposta al Contest non competitivo Raynor’s Hall

Spinse il pulsante di apertura della capsula di emergenza. Lo sportello si aprì lentamente verso l’alto facendo entrare la fitta pioggia all’interno. L’uomo indossava una tuta grigio scuro con una scritta in nero sul petto a sinistra “Esercito Stellare” ed a destra una targhetta con su scritto”P. Knight”. Si ritrovò su un pianeta sconosciuto che era molto simile alla terra. Precisamente, era finito tra la fitta vegetazione di una foresta. Armato di una pistola, uscì dalla capsula per avventurarsi in quel luogo a lui inospitale. I suoi stivali si sporcarono immediatamente di fango appena toccarono il terreno bagnato e notò, ben presto, che, oltre a cespugli e piante enormi aggrovigliate su se stesse, c’erano anche alberi molto alti la cui chioma sembrava così piccola vista da lontano. Si fermò in un punto dove non sapeva come proseguire poiché non riusciva a trovare un passaggio praticabile ed era bloccato e circondato da un groviglio di piante. Poteva solo tornare indietro alla capsula, ma ciò non gli avrebbe salvato la vita. Mentre era intento a pensare ad un soluzione, attraverso un piccolo passaggio all’interno della vegetazione, comparì un animale molto assomigliante ad un lupo dalla pelliccia bruna. Prontamente, Knight gli puntò la pistola  contro, ma non sparò. L’animale lo guardò dritto e  intensamente negli occhi come se volesse penetrare all’interno della sua anima. Poi, si voltò e ritornò nel piccolo passaggio. L’uomo si avvicinò ad esso e si accovacciò per scrutare al suo interno. Notò che vi erano alcune piante spinose e, dall’altro lato, era rimasto ad aspettarlo il lupo. Tra i suoi pensieri, balenò l’idea che, forse, il lupo non era poi così pericoloso ed, anzi, che volesse aiutarlo. Dopo un po’, finalmente, si decise e si infilò nello stretto passaggio. Ben presto, scoprì che le spine delle piante erano affilatissime. Infatti, gli provocarono graffi sulle braccia, sulla schiena e sulle spalle. Quando riuscì ad uscire da quell’impervio cunicolo, non ebbe il tempo di controllarsi le ferite che si ritrovò di fronte al lupo che lo guardava nuovamente con lo stesso sguardo paralizzante. Questa volta non gli puntò la pistola contro, ma tentò di avvicinarglisi cercando di toccarlo con la mano destra. Intanto, la pioggia cessò e l’animale rimase immobile non mostrando segni di paura. Si fece toccare ed accarezzare il muso. Knight capì che la creatura era docile. Prese dalla tasca una specie di radar portatile. Passò il dito sullo schermo che mostrò una freccia che indicava una direzione. «È in quella direzione!» esclamò pensando ad alta voce. Si incamminò e, volgendo lo sguardo alle sue spalle, notò che il lupo lo seguiva. Rivolgendosi a lui gli parlò come se lo potesse capire «Vuoi venire con me? Almeno non soffrirò la solitudine». I due si incamminarono. Knight camminava in avanti ed il lupo gli guardava le spalle.

Passarono alcuni giorni ed i due viaggiatori erano ancora insieme. Knight scoprì che il suo compagno era molto utile nel procurare cibo. In certi momenti della giornata, scompariva per riapparire con degli animali morti tra le fauci dopo qualche ora. Erano creature di cui non sapeva niente, ma la fame vinceva su qualunque ragionamento scientifico. Knight aveva ancora il suo radar tra le mani che indicava una specifica direzione. «Speriamo non sia atterrata troppo lontana.» disse. Lui ed il lupo arrivarono in un punto della foresta dove gli alberi sembravano più bassi e meno numerosi. Camminarono per qualche altra ora. Si ritrovarono, ormai, all’esterno della foresta. Davanti a loro non vi erano più alberi, ma una distesa erbosa di cui non si vedeva la fine coperta da un cielo scarlatto. Camminarono per qualche altra ora. Erano stanchi e affamati. A quanto pare in quella zona c’erano da mangiare solo minuscoli insetti. Improvvisamente, un rumore arrivò alle orecchie di Knight. Inizialmente, non capì che cos’era e da dove provenisse, ma, dopo un po’, comprese che si trattava del rumore prodotto dalle turbine di un’astronave. Il rombo diventò abbastanza forte da fargli capire la direzione da cui proveniva la nave. La guardò attentamente. In realtà, era una piccola nave da ricognizione che volava bassa e che presentava un simbolo costituito da un cerchio rosso al cui interno vi era un pallino giallo. «Cavolo! Mi hanno trovato!» disse. Il lupo ringhiò e Knight cercò di tranquillizzarlo accarezzandogli il muso e sussurrandogli nell’orecchio «Stai calmo e nasconditi nell’erba.». L’animale agì come se avesse compreso ciò che gli era stato detto: si sdraiò nell’erba. Knight fece lo stesso nella speranza di non essere individuato. Rimasero immobili per qualche minuto finché l’astronave passò sopra di loro provocando un forte vento che smuoveva l’erba che li circondava. Si fermò e Knight capì che erano stati individuati. Mentre si alzò per prepararsi a correre, gridò «Scappiamo!». La nave iniziò a sparare dei colpi laser nella loro direzione. Entrambi corsero più che potevano ed il lupo superò Knight facilmente, ma ben presto si fermò. Vi era un dirupo che affacciava su un fiume davanti a loro. Intanto, la nave continuò a sparare. Il lupo si parò davanti all’uomo e, per fortuna, fu colpito solo alla zampa posteriore destra. Grazie ai movimenti rapidi dell’animale, Knight non fu colpito. Questi non volle rischiare di essere colpito da quei raggi laser. Prese il lupo tra le braccia e si gettò senza starci ancora a rimuginare. Finirono nel fiume che li trasportò a gran velocità. Knight stringeva forte il lupo mentre cercava di aggrapparsi a qualcosa, ma invano. Fu, invece, spinto violentemente contro una roccia che gli provocò un dolore atroce alla gamba destra. Dopo un po’, arrivarono in una zona dove la corrente scorreva più lentamente. Con le ultime forze che gli rimasero, nuotò fino a raggiungere la riva. Poi, svenne.

Passarono alcuni mesi. La gamba gli doleva ancora, ma riusciva a muoverla ed a camminare con l’ausilio di un bastone. Il suo amico lupo, invece, era guarito da un pezzo e grazie a lui era riuscito a nutrirsi senza uscire dalla caverna in cui si erano stabiliti. «Quando arriveranno i soccorsi a riprendermi, verrai con me Lupo. Ormai il pianeta è stato conquistato da quei mostri.». Prese il bastone ed uscì dalla caverna. Fuori vi era una valigetta aperta da cui spuntava una specie di antenna. Era quella che Knight cercava seguendola sul radar. Guardò il cielo pensando che quel lupo gli aveva salvato la vita.

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Un incontro inatteso

Racconto creato in risposta al contest “Bando VII – Contest di Scrittura Creativa Raynor’s Hall“. Il tema di questo mese è “Dipendenza”

I pensieri erano confusi e la vista annebbiata a causa di fasci di luce che gli bruciavano gli occhi castani. Era notte e camminava barcollando dopo essere uscito da un bar con l’insegna buia e penzolante che diceva “Il covo del Grog”. I capelli castani erano arruffati e si trascinava in avanti strofinando la giacca lungo i muri dei palazzi di quella stradina isolata finché, ad un tratto, vide la sagoma scura di qualcuno davanti a sé che si avvicinava diventando sempre più grande. «Ispettore, lo sa che la dipendenza dall’alcol può portare solo ad un’unica conclusione?» disse la sagoma che, subito dopo, scoppiò in una sonora e sinistra risata. L’ispettore ubriaco cercò di aprire la bocca nel tentativo di proferire parola, ma fu fermato da un movimento improvviso della figura seguito da un dolore lancinante alla testa. Sentì, per un attimo, odore di sangue. Le luci non c’erano più e tutto diventò buio.

«Mmmm» l’ispettore non riuscì a parlare. Capì che gli avevano messo un nastro alla bocca. In quel momento, i suoi occhi erano aperti e vagavano nell’oscurità mentre la testa gli faceva un male cane. Inoltre, era seduto a terra con i polsi legati con una corda a qualcosa somigliante ad un tubo che non gli permetteva alcun tipo di movimento. Il tempo passò molto lentamente durante i suoi inutili tentativi di aprir bocca e di slegarsi finché, improvvisamente, un fascio di luce incominciò ad entrare furtivamente nella stanza. Si iniziò ad aprire una porta che, una volta  spalancata, gli mostrò un’alta figura nella penombra. Finalmente, riuscì a guardare in faccia al suo rapitore quando questi accese un interruttore alla sua sinistra che illuminò l’ambiente di una luce giallognola. L’ispettore si guardò intorno osservando lo scantinato pieno di cianfrusaglie in cui si trovava, ma la sua attenzione fu catturata presto dalla voce malefica dell’uomo davanti a sé «È l’ora che entri un po’ di luce in questa stanza. Vero, ispettore?». Lo guardò con gli occhi sbarrati osservando attentamente i suoi capelli rossicci ed il suo viso i cui muscoli si contorcevano per dar luogo ad una sonora e diabolica risata. Intanto, l’ispettore cercò di alzarsi per l’ennesima volta, ma attirò soltanto l’attenzione del rapitore che assunse subito un’espressione seria ­­«Inutile consumare le energie. L’ho legata bene». Avanzò verso di lui fino ad essergli vicinissimo e si abbassò in modo tale che la sua testa fosse alla stessa altezza di quella dell’ispettore «Sono stato io a trovarla alla fine, ma solo perché è rientrato nella mia cerchia di persone da purificare. Mi dica una cosa: secondo lei, la vita va sprecata?». L’ispettore cercò di rispondere, ma il nastro adesivo sulle labbra glielo impediva. Il criminale si rimise in piedi «Lei dovrebbe sapere più di tutti che la vita è preziosa. Non dovrebbe sprecarla in alcol. Sua moglie e sua figlia sono morte, ma lei è stato risparmiato…almeno per il momento» un sinistro sorriso gli comparve in volto. Un dolore improvviso sulle labbra. Il nastro che copriva la bocca dell’ispettore era stato velocemente strappato dal rapitore. ­­­­«Che cosa vuoi da me?» gli chiese in modo calmo. «Che cosa voglio? Non è chiaro? Voglio che tu ti penta e che comprenda il senso della tua vita…»gli rispose l’altro con lo sguardo fisso nei suoi occhi «…e, se sopravvivi, voglio che mi aiuti.». L’ispettore rise rumorosamente prima di proferire parola «Ti stavamo cercando da mesi e, alla fine, sei tu che trovi me e vuoi pure il mio aiuto? Ti abbiamo soprannominato il serial killer dei disperati». L’omicida, un po’ infastidito, gli rispose«Lo so ispettore, leggo anche io i giornali». Uscì dalla stanza chiudendo le luci e la porta.

Passò qualche altra ora. L’ispettore incominciò a non sopportare più quella situazione. Delle gocce di sudore gli grondavano dalla fronte e sentiva un bisogno impellente di bere i suoi alcolici. Udì il rumore di alcuni passi che si avvicinavano. «Guarda che ti ho portato?» disse l’omicida che aveva tra le mani due bottiglie di rum. «Adesso ti spiego. Te le ho portate perché so che non sei abituato a stare per tanto tempo lontano dall’alcol, ma c’è la fregatura. Una delle bottiglie è avvelenata» disse mentre le posava in terra. Scoppiò in una rumorosa risata che terminò dicendo «Sarà divertente». L’ispettore, sudaticcio in volto, guardò le bottiglie profondamente sentendo il bisogno irrefrenabile di bere da esse, ma il buonsenso lo fermò, almeno per il momento. Il killer andò alle sue spalle dove prese qualcosa da uno scaffale. Era una pesante catena che gli fece girare intorno al collo per fissarla allo stesso palo a cui erano legate le mani. Poi, con un movimento rapido, estrasse un coltello facendo impaurire l’ispettore per un attimo. Tagliò un pezzo della corda a cui era legata la mano sinistra. «Ecco. Fa la tua scelta. Ci vediamo domani.»disse il malvivente. «Come domani? Liberami brutto pazzo!» gridò l’altro cercando di afferrarlo con l’unica mano libera, ma il killer era già uscito chiudendosi la porta alle spalle e lasciando la luce accesa questa volta.

Le ore passarono ed il desiderio irrefrenabile di bere da una di quelle bottiglie aumentava sempre di più. Le afferrava, cercava di guardare all’interno di esse per controllare che avessero entrambe lo stesso colore e ne annusava il contenuto, ma senza trovare differenze o accorgersi di possibili manipolazioni effettuate sul liquido. Intanto, cominciarono a tornargli alla mente dei flashback di quando era a casa con la moglie e la figlia che sembravano sempre sorridenti e contente di averlo intorno. L’unica cosa che non ricordava era la sensazione di felicità che provava in quei momenti. Lui ricordava di essere stato una persona gioiosa, ma la tristezza ricopriva questa e tutte le altre sensazioni. Solo l’alcol gli permetteva di non pensare al suo passato. «Bastaaa! Liberami!» lanciò un urlo disperato che lo fece ritornare alla realtà. Passarono un altro paio d’ore. Ormai, era diventato impaziente. Prese la bottiglia a sinistra e bevve.

Il giorno dopo, la porta si riaprì. «Come andiamo? Siamo ancora vivi?» disse il killer sghignazzante. L’ispettore era ancora legato ed aveva il pantalone sporco di piscio e vomito. «Noto che non hai gradito il drink» disse guardandolo e osservando che c’erano dei pezzi di vetro vicino all’ingresso. Una delle bottiglie era stata distrutta, mentre l’altra era intatta. Prese quest’ultima e disse «Ti svelo un segreto: questa è quella avvelenata…», sorrise «…e anche l’altra era avvelenata». L’ispettore si sentì sollevato. Aveva bevuto da una delle due bottiglie sperando di aver indovinato quale fosse quella pulita, ma poi aveva ripensato al suo gesto avventato e, infilandosi le dita in gola, aveva indotto il vomito. «Adesso che dovresti essere completamente lucido, possiamo parlare di affari» gli gettò ai piedi delle foto «Queste sono foto che ti ritraggono in attività di corruzione. Se non fai quello che ti chiedo o provi a fregarmi, le mando direttamente al tuo ufficio. Detto questo…» gli porse un’altra foto che ritraeva il volto di una donna dalla pelle chiara e dai capelli rossi e ricci «Sorvegliami questa persona». L’ispettore rimase in silenzio mentre guardava l’altro fisso negli occhi con un viso inespressivo che, ben presto, si tramuto in uno colmo di rabbia «Scordatelo». Velocemente, gli arrivò un colpo di bottiglia alla tempia sinistra insanguinata. Fu così rapido che non fu possibile pararlo nemmeno con l’unica mano libera. La bottiglia si frantumò sulla sua testa coprendolo completamente di rum. Tutto fu buio di nuovo.

 

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I due “rapitori”

Storia creata per il Bando VI – Raynor’s Hall

 

Era una limpida e buia notte di luna piena. Il villaggio era immerso nell’oscurità e nella calma. Una giumenta nera camminava lentamente per quelle strade vuote e solitarie portando sulla sua groppa quello che sembrava un viandante, un tizio che indossava una lunga veste con un grosso cappuccio che celava completamente il suo viso. <<Devo trovare qualche lavoretto da fare Ombra. Non posso continuare a non mangiare per tutti questi giorni>> disse l’uomo al suo destriero con una voce molto cupa. <<Signore, sono stanchissimo. Riposiamoci in quella locanda>> disse l’altro in groppa ad un cavallo grigio e magro indicando le uniche finestre illuminate. <<Vedremo>> gli rispose facendo dirigere Ombra verso quella che sembrava una taverna. Sellarono i cavalli ad una staccionata appena fuori, mentre ascoltavano il chiasso e la musica proveniente dall’interno. Al centro della stanza, due uomini di mezz’età suonavano degli strumenti a corda, mentre, venivano accompagnati dalle leggiadre note del flauto di una giovane donna. Alcuni danzavano insieme a delle signore, altri sedevano bevendo idromele o birra. La porta si spalancò. Alla vista dell’uomo incappucciato, tutto si fermò. La musica si arrestò e tutti quelli occupati nelle proprie attività le cessarono iniziando a fissare il nuovo arrivato. Questi alzò il cappuccio mostrando il proprio volto. Era giovane ed aveva un viso limpido e curato sovrastato da capelli castani corti e spettinati. Il trambusto del locale riprese. Il ragazzo avanzò verso il bancone seguito dal suo servo. <<Salve, buonuomo>> disse il giovane rivolgendosi ad un uomo grosso intento a pulire un bicchiere di vetro. <<Abbiamo bisogno di cibo e di un posto dove stare>> continuò mentre il tizio dietro al bancone li squadrava per bene <<Accomodatevi a quel tavolo>> gli rispose indicando un tavolo di legno poco lontano. I due presero posto ed iniziarono a guardarsi intorno. <<Ehy, Rox. La vedi quella ragazza col flauto? E’ molto bella, vero?>> disse il giovane al suo servo che, subito, rivolse il suo sguardo alla ragazza che suonava <<Vi do pienamente ragione, signore>> gli rispose sorridendo. Intanto, qualcuno origliò la loro conversazione. Era un tizio barbuto che si trovava seduto al tavolo affianco. Questi riferì subito all’orecchio di un uomo grassoccio alla sua sinistra << Stanno parlando di Madelin. Stanno dicendo che è carina. Uno di quei due vuole fare il colpaccio>> terminò ridendo. La voce si incominciò a spargere per la sala mentre i due stranieri incominciarono a degustare dei cosciotti di capretto che erano appena stati serviti. Tutto rimase tranquillo finché la voce arrivò ad un tizio grosso con un armatura di ferro <<Gira voce che quei due hanno detto che vogliono catturare tua moglie. Forse dovresti fare qualcosa>>. L’uomo si girò verso Rox ed il suo padrone con sguardo iracondo. Si alzò e si avviò a passo svelto verso la loro posizione. Intanto, non si sentì più il suono del flauto poiché la donna si era accorta del comportamento furioso del marito, mentre, i due stranieri erano solo presi dal cibo sulla loro tavola. << Questa coscia di pollo è buon-aaah!>> il giovane non riuscì a terminare la frase che l’energumeno dall’armatura d’acciaio lo afferrò con le sue grosse e tozze mani. Gli fece sentire il tanfo di alcohol proveniente dalla sua bocca dicendogli<< Che siete venuti a fare qui? A rapire le nostre donne? >>. Il giovane non ebbe nemmeno il tempo di parlare che fu scaraventato violentemente contro un tavolo che si distrusse in tanti pezzi. Intanto, Rox, il suo servo, si rifugiò al di sotto  della tavolata dove c’era il loro cibo pregando di non essere visto. Speranza vana la sua. Il guerriero rivoltò la tavola facendo cadere tutto. Rox, allungò le braccia rivolgendo i palmi delle mani all’aggressore che, subito, gliele prese scaraventandolo contro le bottiglie di vino dietro al bancone. <<E adesso avete ancora il coraggio di rapire le nostre signore? >>. Il giovane si rialzò stordito e cercò di dire all’uomo con l’armatura << Ma cosa dite signore? Per chi ci avete presi? Non avevamo nessuna intenzione di…>> si fermò osservando lo sguardo dell’uomo che diventò ancora più iracondo. <<Voi avete ancora il coraggio di aprire quella boccaccia ragazzo? Via di qui>> disse il marito di Madelin mentre estraeva dalla schiena una grandissima ascia d’acciaio scintillante. <<Ok, abbiamo capito. Ce ne andiamo>> rispose il giovane. <<Rox, sei ancora vivo? Andiamo>>. <<Si, padrone>> rispose il malridotto servo. L’uomo grosso ritornò al suo posto fiero di aver scacciato quelli che per lui erano dei poco di buono, mentre, i due malcapitati se ne andarono a testa bassa dalla locanda. Una volta fuori, il giovane, rimessosi il cappuccio, si lamentò<<Rox è sempre colpa tua. Ovunque ti porto succede sempre qualcosa di brutto. Finalmente, mettevamo qualcosa tra i denti ed avevamo anche un posto per dormire>>. Ripresero i cavalli <<Padrone, io lo dicevo che non era prudente mettere piede nelle terre esterne, ma voi non mi avete voluto dare ascolto>>. <<Taci>> gli rispose l’altro trottando verso l’esterno del villaggio in direzione ignota. Il padrone, anche se temeva la notte, si incamminò su un sentiero illuminato solo dalla luce della luna.